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La Finta spontaneità del Vino Libero di Farinetti

Aggiornato il: 27 dic 2020

L’altra sera, vedendo l’intervista a Oscar Farinetti di Eataly su La7, ho fatto delle riflessioni che vorrei condividere. Alle Invasioni Barbariche si è presentato dalla Bignardi con una bottiglia di vino e due bicchieri, dichiarando che visto che nella trasmissione si era sempre bevuta solo birra, era ora di ripristinare il primato del vino italiano.


Di lì è partita una presentazione sul vino, o meglio, su questo SUO nuovo vino, (rigorosamente presentato senza etichetta) che è un vino LIBERO. Ovviamente ha suscitato la curiosità della Bignardi che, caduta nella rete, gli ha poi fatto tutte le domande che lui voleva:


Bignardi: “in che senso Libero?”

Farinetti: “Libero da Pesticidi”  (cioè proveniente da uve di coltivazione bio o con la nuova certificazione biologica, ma non mi pare mica sia l’unico in Italia, anzi ce ne sono tanti e molto buoni, no?) “Libero da Solfiti” (anche in questo caso la frase vuol dire poco se nn viene dettagliata e soprattutto, anche in questo caso, non è né il primo né l’unico vino prodotto in Italia con queste caratteristiche) e le bottiglie sono fatte per il 60% di vetro riciclato (e questo in che modo dovrebbe qualificarne il contenuto?).


Bignardi: “Ma ora che devo fare prima di berlo?, io non sono brava in queste cose, non deve decantare?”

Farinetti: “Ma nooo, questo é un vino libero anche dalle degustazioni complicate degli esperti, va aperto, bevuto, assaporato e basta!”.


La conversazione prosegue e ci sarebbero tanti altri spunti su cui ragionare, ma restiamo in argomento vino. Sono rimasta molto colpita da questo siparietto perché, ad un occhio tecnico, era del tutto evidente che, dietro all’apparente semplicità, spontaneità e goliardia si celava una attentissima ed acuta strategia di marketing, curata dai bravissimi strateghi di Eataly:


1. Farinetti è riuscito a veicolare, in un’intervista con un taglio esclusivamente personale, il lancio di un nuovo prodotto Eataly, facendolo transitare “sottotesto”. Ovviamente era assolutamente evidente che lui seguiva un suo copione (del quale ovviamente la Bignardi nn era al corrente ed è rimasta un pò spiazzata);


2. Va considerato con attenzione come è stato presentato il nuovo vino. In realtà nessuna delle caratteristiche tecniche che Farinetti ha enumerato ne fanno un vino unico, ed il fatto che non va fatto arieggiare e può essere bevuto subito (era un rosso) vuol dire che non è un vino di particolare invecchiamento, con alta gradazione o con caratteristiche di pregio. In sintesi, quindi, il vino “Libero” di Eataly probabilmente è un vino di buona qualità, di buon sapore, bevibile ma non possiede nulla di quell’eccezionalità con la quale viene presentato.


3. L’apparente spontaneità della parola “libero” nasconde in realtà uno studio attentissimo che traspone in un “banale” liquido tutta una serie di “umori” e “new way of life” dei consumatori che in questo momento (storico ed economico) si stanno manifestando in modo più o meno palese (rottura di schemi considerati obsoleti e ingabbianti, riscoperta delle sensazioni naturali, ritorno alla natura, recupero di un’individualità fino ad ora frustrata dai dettami delle regole di massa, etc). C’è la volontà di costruire un substrato dietro al prodotto che serve a muovere con decisione il consumatore, che sceglie non il gusto del vino che compra, ma, attraverso quell’acquisto, sposa una filosofia di vita nella quale si riconosce e della quale diventa “fan”.


Il team di Eataly mette in pratica (in modo ottimo, devo dire) ciò che Philip Kotler ha scritto nel suo libro di qualche anno fa “marketing 3.0”, ossia il passaggio “dal prodotto, al cliente, all’anima”. Oggi non è sufficiente produrre e promuovere, bisogna conquistare l’anima delle persone, dotando di un’anima i prodotti. 

Bella operazione di marketing, comunque.

Sono convinta che il vino di Farinetti avrà un grandissimo successo, ma, dall’altra sera, mi sta un pò più antipatico.

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